Racconti di Mare

Racconti di mare; questo scritto scaturito dalla passione per il mare è ambientato nell’oceano.

Oceano

Incredibile! Ci sono cose che sogni per tutta una vita e poi improvvisamente si materializzano lasciandoti attonito.
Sdraiato nella cabina di prua, attraverso il boccaporto scruto con sguardo velato il giorno che si affaccia colorando effimere nuvole su un cielo pressoché terso.
Ormai è molto che ascolto il tintinnare delle drizze sugli alberi delle barche ormeggiate nel porto; la mia è silenziosa. Banali precauzioni hanno cancellato il ricordo di una notte insonne passata sul catamarano di Ciccio quando una allegra brezza ci portò alla esasperazione. Mi fiondai in coperta con un paio di tenaglie in mano e Ciccio precipitosamente mi precedette a mettere fine quell’ infernale concerto.
La barca è immobile, non respira nemmeno tale è la calma in acqua. Oltremodo carica presenta generose linee al galleggiamento e riposa pacata come cosciente degli sforzi inauditi che dovrà compiere.
Sono ormai le sette, scosto dolcemente dal mio corpo il suo calore piacevole e mi alzo; un attimo prima di uscire mi volto e rimango meravigliato da una considerazione: quello che per me è un gesto sconvolgente, definitivo, rincorso e sospirato, per lei rappresenta una sorta di continuità. Io ci sono, quindi è tutto naturale.
Sono sul ponte, tutto il Marina è calmo, accendo il motore che rivela la sua presenza solo con un ovattato brusio. Il gesto è veloce, deciso; un attimo e la barca è libera dagli ormeggi, comincia ad avanzare lentamente nello specchio d’acqua mentre io volgo lo sguardo al posto rimasto vuoto.
Supero la diga foranea ed il motore è già una cosa superflua. La randa abbandona la tana sicura dell’immenso boma ed offre presa al vento, mentre subito dopo il Genoa si svolge: il motore tace e lacrime copiose rigano il volto.
In quelle lacrime c’è tutto: gioia, dolore, speranza, già nostalgia.
Un tenero abbraccio mi riporta alla realtà, il nostro sguardo si incrocia e non è necessario dirsi niente , la barca poggia ed inquadro il canale con l’Elba avvolta dalla foschia ed il promontorio di Piombino pennato dai fumi.
Nonostante l’abbondante superficie velica la brezza impone un passo da crociera : appunto, niente ci rincorre nessuno ci aspetta.
Passiamo nel Canale e la vita è un film di pochi minuti, lascio la ruota del timone in mani incerte ma entusiaste e cambio la prima vela. L’enorme genoa lascia il posto ad un ancora più immenso e coloratissimo Jennaker , mi volto e grido di poggiare : ci attende un pernottamento in rada e la Capraia è stupenda.
La barca è splendida. Con gli oltre sedici metri di lunghezza raccoglie nel proprio interno un universo; la cambusa straripa di provviste ed i capienti serbatoi sono all’orlo di preziosi liquidi. Nelle spaziose cabine è stivato tutto quello che può servire e solo quella armatoriale , a prua , è totalmente sgombra e confortevole. Sarà il talamo della rinascita, della passione, ma anche della stanchezza e della paura.
Il Mistral ci sorprende subito dopo Capo Corso.
Raffiche rabbiose imperlano di schiuma un mare blu intenso; con la velatura ridotta affrontiamo un lunghissimo tragitto perennemente sbandati, con la prua che esplode sul mare corto , ma con la stazza della barca che ha il sopravvento.
Nel passato tante sventolate hanno creato divertimento con derive impazzite , ma questa è un’altra cosa : siamo coscienti che questo non è niente rispetto a quello che ci attende in oceano.
Il mare è talmente corto che non ha senso neanche cercare di cucire le onde e comunque lo scafo mantiene la rotta e avanza risoluto.

Pensieri vagano nella mente, al passato, ai cari rimasti a casa, ai motivi di una scelta ed alle aspettative .
Per due persone la barca è una città tanto è vasta, ma è anche un guscio rispetto alla realtà di un confronto continuo e serrato: tutto inevitabilmente viene subito a nudo e dopo un litigio non si può scendere a sbollire . E’ una prova non da poco.
Turno dopo turno il tempo scorre e le Colonne d’Ercole appaiono nella foschia come un incubo.
In tempi remoti qui finiva il mondo e chi osava oltrepassarle precipitava nell’abisso. Ci avviciniamo lentamente ed un viavai caotico ci circonda.
Navi di ogni dimensione e tipologia, incolonnate nei due sensi, affrontano disciplinatamente il budello.
Il respiro dell’oceano già si avverte: è una ondata di emozioni , è come se il viaggio realmente iniziasse ora , soli e sperduti in una landa liquida.
Un rapido controllo agli strumenti satellitari e poi in coperta a dare tela.
Una volta regolato tutto e impostato il pilota la nostra presenza in coperta è dettata solo dal buonsenso.
E’ l’occasione per riposare, discutere, leggere o scambiarci effusioni in attesa di veder apparire in lontananza le Canarie, terra vulcanica e iperturisticizzata ma anche trampolino per compiere il primo grande balzo.
E’ notte fonda quando l’allarme del radar svela la presenza di un qualche bastimento che nell’oscurità ci incrocia ma scivolando di bordo e nel contempo rivela lo sfavillio del porto dove finalmente faremo tappa.
Posare i piedi sulla terraferma, anche solo dopo pochi giorni di navigazione rende sensazioni strane.
Una passeggiata sul lungomare, un caffè attorno ad un minuscolo tavolino di un bar coloratissimo sono come abitudini riscoperte, ma già incalza la voglia di mare.
La grande prova attende ed è inutile tergiversare: acquistiamo alimenti freschi per integrare la dieta e rabbocchiamo i serbatoi. La sera ci sorprende a cenare in pozzetto, sorseggiando un vino locale e discorrendo dell’imminente. Per molti giorni l’unico panorama sarà il mare e il cielo e la monotonia della traversata potrà essere diluita solamente da quello che sapremo inventare e dalle condizioni meteo, ma siamo coscienti che per un buon tratto gli alisei regneranno incontrastati.
Così al mattino, nonostante nubi minacciose occhieggino all’orizzonte ed un mare inimmaginato , ci accoglie all’uscita dal porto una brezza tesa da andatura portante. Ci alterniamo al timone solo per il timore che l’enorme spinnaker suscita; per il resto la barca risponde mansueta anche se ormai abbiamo cognizione dell’enorme massa in movimento.
Così giorno dopo giorno, con turni regolari, l’occhio passa dal mare alle vele, dalle vele alla strumentazione fino a distrarsi nei nostri pensieri. Una vita cadenzata dal riposo, dai pasti, dalla lettura, dai contatti telefonici e dalle previsioni meteo. Ma anche dallo scrutarsi alla ricerca di un gesto, una sfumatura, che sveli qualcosa di ancora più profondo del conosciuto o dal rincorrersi come preludio del contatto.
Mancano ancora una decina di giorni all’arrivo a Rio ed accade tutto in fretta.
Già da ore stiamo osservando l’evoluzione meteo con allarmanti bollettini che prevedono tempesta; saremo solo sfiorati dalla coda del fronte ma siamo anche coscienti di non aver mai affrontato niente di simile.
Nubi minacciose si accalcano e il mare diventa plumbeo, con onde che gradatamente cominciano a gonfiare. Lei è al timone, la barca all’orza sventa le vele e agevola il mio lavoro. Il fiocco viene completamente rollato ed isso la Tormentina , quindi passo a ridurre la velatura della randa; in quel momento arrivano le prime sferzate rabbiose di vento. Le grido di poggiare e la barca riprende la sua corsa, una planata fantastica da mozzafiato. Verso prua ci sono scotte da riordinare e mi affretto lungo la battagliola. E’ un attimo: tre grosse onde ci aggrediscono di poppa e la quarta la percepisco come un’ immane presenza alle spalle. Mi volto e la vedo. Ci sovrasta e, nonostante la velocità della barca, lentamente si gonfia a dismisura. Lei si gira terrorizzata perdendo il controllo della ruota e già la straorzata parte; la vedo affannarsi alla ricerca del moschettone della cintura di sicurezza quindi un impatto immane scuote lo scafo dalla cima dell’albero giù giù fino al bulbo facendola coricare ed affogandola di schiuma.
Ormai sono in acqua con il bacino che geme per la sferzata ricevuta. Acqua fredda intorno per attimi che sembrano eternità e solo liquido e buio; poi finalmente il vento si fionda nei polmoni e torna il senso della direzione. La barca lentamente riacquista la verticalità, mentre io penzoloni fuori bordo mi lacero le mani sul cavetto di sicurezza nel tentativo di risalire a bordo. Intanto occhi avidi cercano di scavalcare il bordo alla ricerca di una conferma mentre urla immani sono sovrastate dal rumore della tempesta.
Finalmente sono riuscito a risalire e arranco verso poppa, dove un informe cerata gialla gremisce la ruota . Occhi sbarrati su un volto tumefatto ma occhi vivi.
Rimetto in rotta una barca grondante di acqua e finalmente, dopo qualche ora, è possibile reinserire il pilota, quindi mestamente ci trasciniamo verso il portello e scendiamo sotto coperta.
Liberarci dagli indumenti bagnati e gelidi è vitale come rigenerarci sotto una doccia bollente: puntualmente la lezione è arrivata, il mare ci ha presentato un conto fortunatamente piccolo ma dalle conseguenze devastanti per l’animo.
Forse le dimensioni della barca avevano indotto una tranquillità inopportuna e la cruda verità è evidente; chi comanda è il mare , la natura, nei cui confronti siamo esseri inetti da spazzare via in un attimo.
Ci asciughiamo e ci medichiamo, poi, dopo un lungo abbraccio, torno in coperta, abbiamo già osato troppo e dovranno passare diversi giorni prima di poter nuovamente dormire insieme.
La baia di Rio ci accoglie in una giornata solare, tersa, e attracchiamo all’approdo stremati ma integri.
Sarà un lungo soggiorno dedicato al riposo e alla manutenzione in attesa di ripartire per affrontare il famigerato Capo Horn e passare quindi nel Pacifico; intanto i colori, la musica ed il sole di questa terra fanno riaffiorare la serenità e l’allegria e ci godiamo anche questa generosa barca.

TOY ; forse non sembrerebbe un nome appropriato per una barca di queste dimensioni, ma la scelta non è casuale: è un nome destinato ad affievolire la soggezione che una tale creatura può incutere. Già una creatura vera e propria alla quale ti affidi nell’affrontare peripezie e pericoli, ma su cui ti crogioli in una beatitudine conquistata. Una creatura vestita a festa con il listato di teck che la veste per tutto il ponte ed interni favolosi. Una creatura col proprio carattere ed anche con i propri difetti, una creatura che stiamo imparando a gestire, ad assecondare ma anche a mettere a freno.
Riconquistiamo il largo alla ricerca di una distanza di rispetto per poter eventualmente scongiurare avversità meteo ; d’ora in avanti coste aspre e desolate non daranno occasione di ricovero.
Procediamo vento sul naso con quasi tutta la vela disponibile. E’ un vivere perennemente sbandati ma dopo un pò ci si fa l’abitudine.
L’oceano è una fonte inesauribile di meraviglie. Immagini fino ad oggi stereotipate si materializzano lasciandoci attoniti: dagli albatros che veleggiano accompagnandoci nel vento agli sbuffi più o meno vicini di quieti cetacei, dai banchi di pesce in mangianza ai pesci volanti che ogni tanto finiscono a bordo.
E poi l’acqua, un arcobaleno immenso che riflette l’umore di un cielo sempre mutevole, ed a vista d’occhio onde mai uguali. Approfittiamo della temperatura per crogiolarsi al sole in previsione di temperature meno consone. L’abbigliamento è spesso un optional e sventola appeso alla battagliola. La nostra pelle ormai ha acquistato un intenso colore tostato ed evidenzia le rughe tirate dalla salsedine.
Evidenti anche abrasioni e lividi, ogni segno richiama al vissuto.
Oggi che l’oceano mormora tranquillo le regalo l’ennesima emozione: in sicurezza sul panchetto la isso con un verricello sull’ultima crocetta. Le prime grida di paura si trasformano presto in risate cristalline. A oltre dieci metri di altezza la vista abbraccia la barca nella sua interezza e spazia su orizzonti nuovi.
Parte la frizione della trenta libbre in un crepitio prolungato , dò volta alla drizza lasciandola alcuni minuti alla riva ad imprecare per salpare l’ennesimo yellowfish . La sera mi regalerà una gustosa cena a base di pesce e di broncio.
A mano a mano che il capo si avvicina la tensione aumenta. Centinaia di libri e articoli narrano dell’inusuale pericolosità che rappresenta doppiare Capo Horn.
Tempo mutevole e tempeste ciclopiche, correnti immani e secche traditrici hanno contribuito ad ampliare nel tempo un già notevole cimitero di uomini e di scafi.
Riduciamo la velatura per affrontare eventuali sorprese e soprattutto per rallentare la marcia in modo di avvicinarsi in pieno giorno.
Vengo svegliato da un sorriso ed invitato a salire in coperta, ma non per il cambio.
Emergo dalla tuga in un’alba lattiginosa ed innaturale, calma; i profili del capo ci vengono incontro lentamente su un mare quieto. Diamo tutta la velatura possibile e ci godiamo questa esperienza inaspettata.

Il Pacifico ci accoglie con venti sempre sostenuti ma con mari accettabili, tali da non pregiudicare una vita a bordo relativamente confortevole.
Ci avviamo verso quel pulviscolo incantato rappresentato dalle migliaia di isole e isolette che formano l’Oceania. Se da una parte apprezziamo la beatitudine di dormire ogni notte alla ruota al riparo della barriera, dall’altra la navigazione diurna è uno scrutare costantemente l’orizzonte per districarsi da eventuali pericoli.
L’immaginario prende forma e ci vengono incontro perle palmate, lidi bianchissimi e fondali cristallini.
Cordiali piroghe ci abbordano al crepuscolo cercando di venderci quello che da queste parti la natura dispensa a piene mani; l’euforia ci accompagna costantemente, intervallata dalla nostalgia quando, prima del riposo, col satellitare contattiamo i nostri cari.
La meta si avvicina quando sfioriamo l’irreparabile: in piena planata urtiamo contro un oggetto che galleggia a fior d’acqua e un timone viene divelto.
Scendiamo precipitosamente sottocoperta e l’acqua già lambisce il pagliolato della sezione poppiera. Non c’è che un’unica possibilità.
La barca viene messa alla cappa ed io indosso precipitosamente la muta, quindi legato con una sagola di sicurezza mi tuffo con il timone di rispetto recuperato in un gavone .
Come viene mollata la flangiatura interna il moncone, simile ad un arto fratturato, affonda nel blu mentre una colonna d’acqua si riversa all’interno della barca. Inserisco faticosamente l’asse del nuovo e riemergo precipitosamente, giunto sottocoperta lei ha già provveduto ad assicurare l’asse e non rimane che stringere fino a che l’ultima goccia gemina dalla tenuta.
Non rimane che ricollegare la ruota e la barca è già pronta a riprendere la corsa.
La meta è vicina, la barca ormai un prolungamento delle nostre menti, ma non siamo più noi. Esperienze del genere ti scuotono nelle viscere e nella mente e mettono a nudo ogni tuo nervo.
Ogni situazione, ogni gesto, ogni emozione, ogni fatica di questo viaggio sono un marchio indelebile ed alla fine si materializzano sotto forma di un attracco tra le braccia protettrici di una barriera corallina.
Altre barche galleggiano su uno specchio ed una cittadina decorosa ed accogliente occhieggia tra le palme.
TOY ostenta i segni delle sue fatiche e invoca attenzioni.
Allucinati ci abbracciamo sul ponte e siamo due marziani precipitati su un pianeta sconosciuto. Nella mente si focalizza la verità, lo scopo è il viaggio e non la meta: la sete di vivere e di apprendere non può stemperarsi nell’ozio di un paradiso.
Fuori l’oceano si abbatte incessantemente con intenso fragore sulla barriera corallina come a reclamare nuovi spazi e questa laguna ci resta già stretta.

Tirata a lucido TOY si gongola all’ormeggio attorniata da vecchie amiche.
Con infinita pazienza scorrazza orde di velisti improvvisati in giro per l’arcipelago toscano, riempiendo una stagione estiva ormai agli sgoccioli.
Siamo in vista delle frenesia, quando impazienti varcheremo nuovamente le porte del nulla per riabbracciare l’essenza.
Sospinti, frenati o strattonati dall’oceano navigheremo verso una nuova meta gioiendo avidi di nuove esperienze. Quindi torneremo dove dimorano i nostri cari per ripetere il rito del racconto, e inebriare chi non ha osato.

Alessandro 19/1/2000